Musica e Canto nella Liturgia

Il canto, assieme a tutti i suoi connotati, è un linguaggio tipicamente umano.

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Gli strumenti nella Liturgia.

Scrivono i vescovi italiani: «Da quando la Parola di Dio si è fatta carne e Dio ha scelto di essere lodato dalla lingua degli uomini, ogni “parola” autenticamente umana è stata assunta nel mistero dell’incarnazione e nessuna “lingua” umana potrà mai essere esclusa. Tutto ciò di cui l’uomo si serve per esprimere fede e disperazione, gioia e pianto, vita e morte, speranza e paura, tutto è diventato “carne” dell’eterna Parola di Dio e tutto è stato abilitato a dare espressione all’inesprimibile».

Proprio questa intenzione di fede obbliga la Chiesa a non respingere nessuna delle nuove forme nelle quali l’uomo contemporaneo ama esprimere la comprensione che egli ha di se stesso, del mondo in cui vive e della fede che professa.

Viene così definitivamente superata, anche a livello liturgico, ogni forma di dualismo e di manicheismo quanto alle forme artistiche, agli stili e agli strumenti musicali. Tutti i suoni possono mediare una comunicazione, un incontro: ogni suono è “voce”. Come nella pittura non esiste un colore buono e uno cattivo, così ogni suono è di per sé neutro; dipende dall’uso che se ne fa per decidere se lo si può adottare nella Liturgia: voce umana, voce o suono dell’organo, della chitarra, del flauto, del violino. C’è una Liturgia cosmica: «I cieli narrano la gloria di Dio» (Sal 18, 2). Ordine creaturale e ordine redentivo sono strettamente congiunti in Cristo c nella celebrazione del suo mistero.

Così si allarga anche per la Liturgia la gamma della produzione del suono: dal nostro corpo (voce, battito delle mani) al mondo culturale, che produce vari strumenti (Cfr.. Sal 150). In realtà gli strumenti sono un prolungamento del nostro corpo, della nostra voce. Tutti gli strumenti pertanto sono buoni, possono essere utili per esprimere, da soli o col canto, la nostra fede.

C’è un’unica condizione: dipende da come li si usa. Ciò vale per la chitarra e per il violino, per l’organo a canne e per il flauto. Essi siano “strumenti”, cioè funzionali al progetto liturgico in cui vengono inseriti, a cui devono servire; non possono farla da padroni, ma vanno suonati in modo da aiutare i cristiani a pregare, cantare, ascoltare. In genere si è d’accordo circa l’uso di altri strumenti accanto all’organo a canne, ma si è contrari all’uso di tamburi, piatti, sassofoni e chitarre elettriche, dato che difficilmente possono essere suonati a basso volume e non disturbare la celebrazione.

Un bravo suonatore non solo accompagna il canto, ma lo introduce (preludio), ne collega le strofe (interludio) e chiude il brano (postludio).

In sintesi: La musica sacra è stato il settore più irrequieto di tutta la riforma, prima e dopo il Concilio. In questo sottofondo negativo va ricercato il disorientamento che ne è seguito. Perciò è necessario recuperare un equilibrato rapporto tra parola e canto, preghiera e arte, musica e rito. La celebrazione è essenzialmente dialogica; anche il canto deve essere segno vivo di questo dialogo divino-umano. Pertanto occorre evitare ogni forma di protagonismo, ogni eccesso di monopolio del canto sia dell’assemblea che del coro e dei solisti.

Per concludere, ricordiamo che per “celebrar cantando” occorre una buona dose di preparazione tecnica musicale e di sensibilità per un accorta regia di tutti gli elementi che entrano nel tessuto celebrativo. Ma, prima di tutto, sono indispensabili una calda convinzione teologica, che fa scorgere nelle persone e nei riti una mediazione di grazia, e una vita cristiana che già siano, nel suo quotidiano, un culto e un canto graditi a Dio.

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